In due righe
- Il metodo dei 5 perché risale un errore ricorrente fino alla causa radice: quasi sempre un processo assente o una regola mancante, non una persona.
- Il 5 è indicativo: ci si ferma quando si arriva a una causa che l'azienda può correggere con una decisione, non quando si trova un colpevole.
- Se la catena finisce su «un dipendente distratto», l'analisi si è fermata troppo presto.
- Dalla causa radice si passa a una contromisura unica e verificabile, da controllare entro un tempo definito.
Il metodo dei 5 perché è una tecnica di problem solving che parte da un errore concreto e ripete la domanda «perché» fino ad arrivare alla causa profonda, quasi sempre un processo assente o una regola mancante, non una persona. In pratica: si scrive il problema, si chiede perché è accaduto, poi perché è accaduta la risposta appena data, e si ripete finché non emerge una condizione che l'azienda può correggere con una decisione. Regola d'onestà: se la catena finisce sempre su «un dipendente distratto», l'analisi si è fermata troppo presto.
Come funziona il metodo dei 5 perché
Il metodo si riduce a quattro passaggi: definire il problema, chiedere perché, verificare ogni risposta, passare all'azione. La catena di causalità è la sequenza di cause ed effetti che collega il sintomo iniziale alla causa profonda. La causa radice è la condizione di processo la cui rimozione impedisce al problema di ripetersi. La contromisura è l'azione che corregge la causa radice invece di tamponare il sintomo.
È nato in Toyota: lo ha introdotto Sakichi Toyoda negli anni Trenta e lo ha reso parte del Toyota Production System Taiichi Ohno. Come riporta Wikipedia, il metodo viene ancora usato in Toyota. Atlassian aggiunge una regola secca: non identificare mai una persona come causa principale. Il 5 è un numero indicativo, non un obbligo. A volte la causa emerge al terzo perché, altre volte servono sette o otto passaggi.
Un caso PMI svolto riga per riga: l'ordine che parte sempre in ritardo
Mettiamo un'officina metalmeccanica da 14 dipendenti e 3,2 milioni di fatturato. Ogni mese almeno un ordine per il cliente principale parte con un giorno di ritardo. È un esempio lavorato: numeri e azienda sono ipotesi, non un caso seguito da Delera.
Il responsabile di produzione prende un fatto concreto: l'ordine 342 è partito giovedì sera invece di mercoledì. Poi apre la catena:
- Problema: l'ordine per il cliente principale parte in ritardo.
- Perché 1: il collaudo è finito tardi il giorno della spedizione.
- Perché 2: una macchina è rimasta ferma due ore per il cambio formato.
- Perché 3: gli attrezzi per il cambio non erano al loro posto.
- Perché 4: l'operatore non li ha rimessi a posto.
- Perché 5: non esiste un posto definito per ogni attrezzo né una regola su chi riordina a fine turno.
Causa radice: manca lo standard per il riordino degli attrezzi.
Lo stesso meccanismo si applica a un'azienda di servizi: se ogni mese parte una fattura sbagliata, la catena può arrivare alla mancanza di un controllo a doppio passaggio prima dell'invio. Cambia il contesto, non la meccanica.
Se la risposta è «un dipendente distratto», l'analisi è stata fatta male
Nel caso qui sopra, fermarsi al quarto perché e concludere «l'operatore è distratto» è l'errore più comune. La catena che incolpa una persona e la catena che trova il processo partono dagli stessi fatti. Cambia solo il punto in cui ci si ferma.
| Passo |
Finale che incolpa una persona |
Finale che trova il processo |
| Problema |
L'ordine per il cliente principale parte in ritardo |
L'ordine per il cliente principale parte in ritardo |
| Perché 1 |
Il collaudo è finito tardi il giorno della spedizione |
Il collaudo è finito tardi il giorno della spedizione |
| Perché 2 |
Una macchina è rimasta ferma due ore per il cambio formato |
Una macchina è rimasta ferma due ore per il cambio formato |
| Perché 3 |
Gli attrezzi per il cambio non erano al loro posto |
Gli attrezzi per il cambio non erano al loro posto |
| Perché 4 |
L'operatore non li ha rimessi a posto |
L'operatore non li ha rimessi a posto |
| Perché 5 |
Perché è distratto (fine analisi: è colpa sua) |
Perché non esiste un posto definito per ogni attrezzo né una regola su chi riordina a fine turno |
| Causa radice |
Una persona non affidabile |
Un processo assente: manca lo standard per il riordino degli attrezzi |
La causa radice è un processo assente, non una persona. Se la catena finisce su una persona, bisogna chiedere ancora: perché la persona ha sbagliato? Cosa nel processo le ha permesso di sbagliare, o non glielo ha impedito? La risposta può essere una regola mancante, una formazione assente, un'attrezzatura poco chiara. Mai il carattere di qualcuno.
Il passo successivo
Deleghe, processi e ruoli si sistemano lavorandoci sopra. Da Caos a Impresa sono tre giorni dal vivo a Bologna, su casi veri.
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Le regole per non sbagliare la catena
Quattro regole operative mantengono la catena onesta.
- Verificare ogni risposta prima del perché successivo. Se «gli attrezzi non erano al loro posto» non è vero, tutta la catena deraglia.
- Non chiudere su «mancavano i soldi». I soldi sono quasi sempre un vincolo, non una causa. Bisogna chiedere perché mancavano, o perché non erano stati stanziati prima.
- Fermarsi quando si arriva a un processo che si può correggere con una decisione. Non serve andare avanti all'infinito: serve arrivare al punto in cui l'azienda può agire.
- Mantenere la stessa unità di misura tra un passaggio e il successivo. Se il problema è un ritardo di spedizione, ogni perché deve restare su tempi, attrezzature e procedure. Saltare a «l'operatore è distratto» cambia piano e porta fuori strada.
Dalla causa alla contromisura: cosa fare dopo
Nel caso dell'officina, la causa radice è l'assenza di uno standard per il riordino. La contromisura unica e verificabile non è «sensibilizzare il personale». È installare un pannello sagomato per gli attrezzi e assegnare a un operatore per turno il controllo del riordino a fine giornata.
Poi si fissa un tempo di verifica: trenta giorni. Se in trenta giorni nessun ordine per il cliente principale parte in ritardo, la causa era quella. Se il ritardo si ripete, la catena va riaperta: si è sbagliato un passaggio o si è scelta una contromisura che non corregge la causa radice.
I limiti del metodo e quando non basta
Il metodo ha limiti documentati. Il principale è che i risultati non sono ripetibili: due gruppi diversi, davanti allo stesso problema, possono costruire catene diverse e arrivare a cause diverse. Un secondo limite è che il metodo non può scoprire ciò che non si conosce già. Se nessuno sa che un parametro della macchina è fuori specifica, nessun perché lo farà emergere.
Quando serve di più, ci sono tre mosse. Il diagramma di Ishikawa allarga l'analisi: elenca le possibili cause raggruppate per categorie come macchine, metodi, persone, materiali. Mettere più persone al tavolo, soprattutto chi vive il processo ogni giorno, riduce il rischio di fermarsi alla prima risposta plausibile. I dati sul campo, come le registrazioni dei tempi di cambio formato, sostituiscono le opinioni con i fatti. In contesti Six Sigma o DMAIC il metodo si integra con strumenti statistici, ma per una PMI la catena semplice resta il punto di partenza.
Se il problema ricorrente non è uno solo ma un insieme di sintomi, conviene partire da una fotografia più ampia: il PMI Speed Test, l'analisi delle cinque aree aziendali aiuta a capire da quale area cominciare. Il passo più piccolo che puoi fare domani mattina è prendere un errore ricorrente, scriverlo in cima a un foglio e chiedere perché per cinque volte, senza fermarti alla prima risposta che nomina una persona. Poi trasforma l'ultima risposta in una contromisura unica e controlla tra trenta giorni se l'errore è sparito.
Domande frequenti
Quanti «perché» servono davvero?
Cinque è un numero indicativo. A volte la causa emerge al terzo perché, altre volte servono sette o otto passaggi. Il criterio non è il numero ma la qualità della fermata: ci si ferma quando si è arrivati a un processo o a una regola assente che l’azienda può correggere, non quando si è trovato un colpevole.
Cosa faccio se ogni catena finisce su «è colpa di una persona»?
Significa che l’analisi si è fermata troppo presto. Bisogna chiedere ancora: perché la persona ha sbagliato? Cosa nel processo le ha permesso di sbagliare, o non glielo ha impedito? La causa radice è quasi sempre un processo, una regola mancante o una formazione assente, non il carattere di qualcuno.
I 5 perché funzionano solo per problemi di produzione?
No. Funzionano su qualunque problema ricorrente: un’offerta che esce in ritardo, un cliente che non viene ricontattato, una fattura sbagliata. Cambia il contesto, non la meccanica: si parte dal fatto concreto e si scava nella catena di cause fino al processo da correggere.
Che differenza c’è tra i 5 perché e il diagramma di Ishikawa?
Ishikawa allarga: elenca le possibili cause raggruppate per categorie come macchine, metodi, persone, materiali. I 5 perché approfondiscono: prendono una sola catena causa-effetto e la seguono fino in fondo. Spesso si usano insieme, Ishikawa per mappare le ipotesi e i 5 perché per verificarle una per una.
Devo fare l’analisi da solo?
Meglio in due o tre, e sempre con chi vive il processo ogni giorno. Chi fa il lavoro conosce i dettagli che spiegano davvero un perché; chi sta fuori dal processo porta domande che chi è dentro dà per scontate. Una persona sola tende a fermarsi alla prima risposta plausibile.